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Jean Giono e Il Canto del Mondo

Mercoledì 6 maggio 2026

Jean Giono (Manosque 30 marzo 1895 – Manosque 9 ottobre 1970), discende da una famiglia semplice di origine piemontese: il nonno Pietro Antonio, probabilmente un carbonaro piemontese rifugiatosi in Francia negli anni ’30 dell’800, è una figura idealizzata da Giono. Il padre, Jean Antoine, anarchico, lavorava come calzolaio, la madre, Pauline, gestiva una stireria.

Fin dall’adolescenza, Jean Giono manifesta una grande passione per la lettura e la scrittura, ma dall’età di 16 anni, causa problemi economici della famiglia e di salute del padre, lavora come impiegato in banca. Nel 1915 viene chiamato alle armi. La 1^ Guerra Mondiale lo porta a combattere a Verdun. Giono è uno degli 11 uomini del suo battaglione sopravvissuti alla cosiddetta battaglia di Verdun (21 febbraio/19 dicembre 1916), dove, con il motto “Ils ne passeront pas”, i soldati francesi bloccano l’avanzata tedesca. Il costo umano della battaglia è di un milione di perdite, tra morti e feriti complessivi di entrambe le parti.

L’esperienza della 1^ Guerra Mondiale segnerà profondamente Jean Giono, generando in lui una reazione positiva: farà suoi per tutta la vita gli ideali pacifisti.

Autodidatta con curiosità universale, ammiratore di Jean-Jacques Rousseau, si crea un bagaglio culturale ispirato allo studio degli autori antichi, Omero e Virgilio in particolare, e della Bibbia, in particolare dei libri dei Salmi, di Giobbe, del Cantico dei Cantici e di Isaia. La sua produzione letteraria è fatta di poesie e di una trentina di romanzi.

Nel 1920 sposa un’amica di infanzia, Elise, da cui avrà due figlie, Aline e Sylvie.

Al ritorno dal fronte, quando i suoi scritti cominciano a trovare buona accoglienza di pubblico e di critica, abbandona il lavoro in banca che aveva ripreso, si ritira in Provenza e dal 1930 si dedica completamente alla scrittura.

Considerato collaborazionista perché pubblica testi nella Francia del Governo collaborazionista di Vichy, viene incarcerato per alcuni mesi nel 1944, ma poi viene riabilitato. Infatti gli viene riconosciuto che non ha esitato a dare protezione a ebrei, comunisti e renitenti, e ad altri fuggitivi.

Dagli anni ’50 viene insignito di vari riconoscimenti: riceve il Premio Ranieri di Monaco (1953), entra nell’Accademia Goncourt (1954), e nel Consiglio Letterario di Monaco (1963).

Continua a esprimersi contro le dittature e i nazionalismi e a sostenere il pacifismo.

Muore nella sua Manosque il 9 ottobre 1970.

Le sue opere contengono toni epici, indagini psicologiche ed esaltano la forza, la bellezza, l’importanza della natura, ma non solo: nel romanzo “L’Ussaro sul tetto” (1951, diventerà un film nel 1995), si sente l’influenza di Sthendal.

Nel romanzo “Il Canto del Mondo” Giono fonda i più profondi interrogativi esistenziali sul rapporto uomo-natura. Non crede nell’antropocentrismo, l’uomo non è al centro di tutto, ma va ricollocato all’interno delle forze del cosmo.

La sua scrittura è spoglia ed essenziale; il tempo dell’azione è indeterminato. Il solo tempo reale è lo scorrere delle notti e dei giorni. La sua Provenza selvaggia è sottratta al tempo storico, è quasi una frontiera, un archetipo.

Il paesaggio in cui è ambientato il romanzo ha un nome, Rébeillard, ma è un luogo che non esiste, è un’invenzione letteraria. Il fiume, invece, il cui nome non viene mai citato, è riconducibile al fiume Durance, affluente del Rodano e importante via di comunicazione fluviale.

Giono è uno scrittore anomalo nel panorama letterario francese del ‘900, non riconducibile a un preciso movimento culturale. Conoscerà il successo nel 1953 con il romanzo “L’uomo che piantava gli alberi” (da cui verrà ricavato un cortometraggio).

“Il Canto del mondo”, invece, pubblicato nel 1934 da Gallimard, non trova un’accoglienza entusiastica, nonostante nel 1965 venga ricavato un film; basti pensare che viene tradotto in italiano solo nel 2025 e pubblicato dalla casa editrice Settecolori su carta avorio pregiata in 1000 copie numerate.

Il libro ha una sua connotazione precisa:
È ricco di similitudini e metafore: Clara ha occhi di menta, il fiume scorreva a spallate, l’acqua era morbida come pelo di gatto, la pioggia pendeva sotto la tramontana come i lunghi peli sotto la pancia dei caproni… che ci riportano a immagini del Cantico dei Cantici e dell’Odissea.
È fondato sull’ascolto delle voci della natura: non a caso la donna amata da Antonio, il protagonista, è cieca e conosce la foresta e il fiume perché li sente.
La storia raccontata è “l’odissea” di Antonio, pescatore di fiume, e del Marinaio, boscaiolo suo amico chiamato così perché da giovane aveva lavorato sulle navi, che risalgono il corso del fiume alla ricerca del figlio del Marinaio ancora vivo, il gemello dai capelli rossi, partito per il taglio del bosco e non più tornato. Gli incontri sono i più vari, in un mondo i cui veri protagonisti sono gli elementi naturali personificati. I protagonisti appartengono al mondo maschile e incarnano l’eroismo anarchico e primitivo (“tarzanismo”), la saggezza e la speranza, lo spirito selvaggio e primitivo della montagna. Le donne sono comparse, ma Clara assumerà una funzione salvifica per il protagonista e getterà semi di futuro.